Come cresce il TFR anno dopo anno, e quando arriva davvero sul conto
Ogni anno il datore di lavoro accantona una quota pari alla retribuzione divisa per 13,5, e il fondo si rivaluta il 31 dicembre. Come si arriva alla cifra finale, chi la paga, come viene tassata e che cosa succede se l'azienda non paga.
- 1Ogni anno si accantona una quota pari alla retribuzione annua divisa per 13,5, meno il contributo dello 0,50 per cento.
- 2Il 31 dicembre quanto accumulato si rivaluta dell'1,5 per cento fisso più il 75 per cento dell'inflazione ISTAT.
- 3Alla fine del rapporto il TFR paga una tassazione separata; se l'azienda è insolvente interviene il Fondo di garanzia dell'INPS.
Il trattamento di fine rapporto è, per molti lavoratori dipendenti, la somma più consistente che si riceve in un'unica volta nel corso della vita lavorativa. Eppure pochi sanno dire come si forma. Non è un premio e non è una liquidazione decisa dall'azienda a fine carriera: è una parte della retribuzione che viene messa da parte ogni anno, cresce con regole fissate dal codice civile e viene pagata quando il rapporto si chiude. Capire il meccanismo aiuta a leggere la riga del TFR in busta paga e a sapere che cosa aspettarsi.
La quota di ogni anno
La regola sta nell'articolo 2120 del codice civile. Per ogni anno di lavoro si accantona una quota pari, al massimo, alla retribuzione annua divisa per 13,5, cioè circa il 7,41 per cento. Se il rapporto dura solo una parte dell'anno, la quota si calcola in proporzione ai mesi, e le frazioni di almeno 15 giorni contano come mese intero.
Da questa quota si toglie lo 0,50 per cento della retribuzione: è il contributo previsto dalla legge 297 del 1982, che il datore di lavoro versa all'INPS insieme ai normali contributi previdenziali. Non va confuso con il contributo per il Fondo di garanzia, che è un costo separato a carico dell'azienda.
La rivalutazione del 31 dicembre
Ogni anno, a fine dicembre, il TFR già accumulato si rivaluta. L'aumento è pari all'1,5 per cento fisso più il 75 per cento dell'aumento dell'indice dei prezzi ISTAT per le famiglie di operai e impiegati rispetto al dicembre precedente. La quota maturata nell'anno non partecipa alla rivalutazione di quello stesso anno: comincia a rivalutarsi dal successivo.
Per il 2025 l'indice di dicembre ha portato il coefficiente a circa il 2,31 per cento, applicato al TFR accantonato fino al 31 dicembre 2024. Sulla sola rivalutazione si applica un'imposta sostitutiva del 17 per cento, che il datore di lavoro versa con il modello F24; non riguarda invece il TFR destinato a un fondo pensione. Chi vuole capire come si legge quel modulo trova una guida nel nostro articolo sul modello F24.
Un esempio di calcolo
I numeri aiutano a fissare le idee. Prendiamo una retribuzione annua di 26.000 euro e un TFR già accumulato di 20.000 euro, con un'inflazione ipotetica del 2 per cento.
Esempio illustrativo con inflazione ipotetica del 2%. Il risultato reale dipende dalle voci che il contratto collettivo include nella retribuzione utile e dall'indice ISTAT effettivo.
Nell'esempio il fondo passa da 20.000 a circa 22.294 euro. Più gli anni passano, più la rivalutazione pesa sul totale, perché si applica a una base sempre più ampia.
Chi lo custodisce e chi lo paga
Nella maggior parte delle aziende il TFR resta nelle casse del datore di lavoro, che lo paga alla fine del rapporto. Nelle imprese più grandi, la quota dei dipendenti che non lo destinano a un fondo pensione va invece al Fondo di Tesoreria dell'INPS. Anche in quel caso è l'azienda a pagare il lavoratore, per intero, e a regolare poi i conti con il Fondo; solo nei casi previsti dalla legge il Fondo paga direttamente, entro 30 giorni dalla domanda completa.
La legge di bilancio 2026 ha cambiato il criterio per entrare nel Fondo: la soglia si verifica ogni anno sulla media dei dipendenti dell'anno precedente ed è fissata a 60 dipendenti per il 2026 e il 2027, per le aziende che la raggiungono ora, a 50 dal 2028 al 2031 e a 40 dal 2032. Chi è già dentro non ne esce se l'organico diminuisce. I datori di lavoro domestico restano esclusi.
Quando arriva sul conto
Il codice civile non fissa un termine unico per il pagamento: di solito lo indica il contratto collettivo applicato, ed è bene controllarlo quando si chiude un rapporto. La cifra compare nell'ultima busta paga o in un prospetto a parte, e la busta paga dei mesi precedenti mostra già, di solito, il TFR maturato fino a quel momento.
Se l'azienda non paga perché è insolvente, interviene il Fondo di garanzia dell'INPS, che copre il TFR e le ultime tre mensilità di stipendio, queste ultime entro un tetto. Serve che il datore di lavoro sia sottoposto a una procedura concorsuale oppure, se non può esserlo, che un'esecuzione forzata sia risultata infruttuosa. La domanda si presenta solo online e l'INPS paga entro 60 giorni. Per chi perde il lavoro, alla questione del TFR si somma spesso quella della disoccupazione, spiegata nel nostro articolo sulla NASpI.
L'anticipo durante il rapporto
Dopo almeno otto anni con lo stesso datore di lavoro si può chiedere un anticipo fino al 70 per cento del TFR maturato, una sola volta nel corso del rapporto. Le ragioni ammesse dalla legge sono le spese sanitarie straordinarie riconosciute dalle strutture pubbliche e l'acquisto della prima casa per sé o per i figli, documentato da atto notarile. Ogni anno le richieste accolte non possono superare il 10 per cento degli aventi diritto e il 4 per cento del totale dei dipendenti. I contratti collettivi possono prevedere condizioni più favorevoli.
Come viene tassato
Il TFR non si somma agli altri redditi dell'anno: è soggetto a tassazione separata. Il datore di lavoro trattiene un'imposta provvisoria al momento del pagamento; in seguito l'Agenzia delle Entrate ricalcola l'imposta definitiva. Se risulta un importo da versare, lo comunica con una lettera, e chi paga entro 30 giorni non deve né interessi né sanzioni. Conviene quindi tenere da parte il prospetto di liquidazione, per poter confrontare le cifre se la lettera arriva.
TFR e fondi pensione, la novità del 2026
Il lavoratore può destinare il TFR futuro a un fondo di previdenza complementare. Per chi viene assunto per la prima volta nel settore privato dal 1° luglio 2026 la legge 199 del 2025 ha introdotto l'adesione automatica: il TFR va al fondo previsto, salvo rinuncia scritta entro 60 giorni, con effetto fin dal primo giorno. Sono esclusi i lavoratori domestici, i dipendenti pubblici e i contratti a termine inferiori a 60 giorni. Per gli assunti fino al 30 giugno 2026 restano le regole precedenti.
A chi serve e che cosa verificare
Queste regole riguardano tutti i lavoratori dipendenti del settore privato, ma diventano concrete quando ci si avvicina a un cambio di lavoro, a un acquisto di casa o alla pensione. Le verifiche utili sono poche:
- il TFR maturato indicato in busta paga e la sua crescita da un anno all'altro;
- dove si trova il TFR: in azienda, al Fondo di Tesoreria o in un fondo pensione;
- i tempi di pagamento previsti dal proprio contratto collettivo;
- per chi è stato assunto dopo il 1° luglio 2026, se l'adesione automatica è avvenuta e quale fondo riguarda.
In sintesi
Il TFR si costruisce da solo, anno dopo anno, con una quota fissa e una rivalutazione legata ai prezzi. Non richiede domande per maturare, ma qualche controllo periodico in busta paga evita sorprese. Alla fine del rapporto lo paga l'azienda, e se l'azienda non può, il Fondo di garanzia: due garanzie che rendono il trattamento di fine rapporto una delle voci più solide della retribuzione.
Fonti
- INPS, Circolare n. 12 del 5 febbraio 2026, Fondo di Tesoreria e novità della legge di bilancio 2026
- INPS, Fondo di garanzia del TFR e dei crediti di lavoro
- Ministero del Lavoro, Le direttive COVIP in materia di adesione automatica
- Agenzia delle Entrate, Imposta sostitutiva sulle rivalutazioni del TFR
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